Cappella Sansevero. Un gioiello nel cuore di Napoli

Cappella Sansevero

Cappella Sansevero. Un luogo ritrovato.

Forse non lo sapete ma la Cappella Sansevero non è sempre stata aperta al pubblico. L’accesso in questo luogo privato è possibile da non molto tempo, c’erano però i napoletani colti, quelli appassionati di arte e storia, che sapevano perfettamente cosa c’era dentro quelle quattro mura.

Tra i personaggi che hanno sempre saputo cosa nascondeva quella semplice porta in un vicoletto c’era il famoso matematico Renato Caccioppoli che a quanto pare frequentava la Cappella quando possibile. L’esterno non lascia minimamente presagire lo spettacolo che è nascosto al suo interno.

Molti si chiedono come mai sia così famosa. Certo il Cristo Velato fa la sua parte ma in realtà c’è molto di più. L’uomo che l’ha resa quella che è oggi, le statue che la decorano e le storie che ruotano attorno a questo luogo sono i cardini sui quali poggia la fama della Cappella.

Con questo articolo cercheremo di spiegarvi tutto questo. Cominciamo.

Quando e perché è nata la Cappella Sansevero?

Come prima cosa dobbiamo dire che il nome Cappella Sansevero, ahimè, spesso genera confusione. C’è chi crede che esista una famiglia Sansevero ma non è così. I proprietari della Cappella erano i De Sagro, principi di Sansevero, e oggi lo sono i loro discendenti. Sansevero è quindi un luogo di cui sono principi i membri di questa famiglia originaria di  Torremaggiore, in Puglia.

Secondo la tradizione nel 1590 un condannato a morte ottenne la grazia dopo aver implorato la Madonna davanti al quadro della Pietatella, oggi sull’altare della cappella. Questo miracolo avrebbe spinto i De Sangro a omaggiare la Vergine, che non molto tempo dopo avrebbe guarito anche il capofamiglia da un brutto male.

C’è però chi non è convito di questa versione ed è una delle discendenti dei De Sangro, vale a dire Beatrice Cecaro. In un libro molto interessante, intitolato Madre di Pietà, viene avanzata un’altra ipotesi.

Per saperne di più del libro

La Cecaro ricorda un fatto avvenuto sempre nel 1590 che vide coinvolta la famiglia De Sangro e potrebbe essere connesso alla fondazione della Cappella Sansevero. Di fronte alla Cappella sorge il palazzo dei De Sangro, il cui ingresso affaccia su piazza San Domenico. Nel 1590 una parte del palazzo dei De Sangro era occupato da Carlo Gesualdo, noto madrigalista e principe di Venosa, e da sua moglie, Maria D’Avalos. Sono loro i protagonisti della nostra storia.

Un omicidio efferato

La coppia era decisamente male assortita. Lei aveva 26 anni quando si sposò per la terza volta col cugino allora ventenne. Lei molto vitale, lui molto meno. A una festa Maria incontra Fabrizio Carafa, uno degli uomini più belli di Napoli, discendente di una delle famiglie più importanti della città e abilissimo spadaccino. Fabrizio aveva trascorso gli ultimi 10 anni ad Andria, ecco perché i due fino ad allora non si erano mai incontrati.

Durante una festa scocca la scintilla tra Maria e Fabrizio e i due divennero amanti. Purtroppo il marito di lei li scoprì e una notte mandò dei sicari ad assassinare i due. Secondo la Cecaro, che approfondisce l’argomento nel libro, la fondazione della Cappella sarebbe avvenuta in seguito a questo delitto, che peraltro a suo parere non si sarebbe svolto nel palazzo che affaccia su piazza San Domenico ma in quello accanto alla Cappella e detto Palazzo Piccolo.

Che c’entrano i De Sangro con Fabrizio e Maria?

Effettivamente ci si potrebbe chiedere che legame abbia la cappella dei De Sangro con un Carafa e una D’Avalos. Semplice, Fabrizio Carafa era figlio di Adriana, seconda moglie del primo principe di Sansevero, Giovan Francesco De Sangro. Quest’ultimo era dunque il patrigno dell’uomo brutalmente ucciso.

La donna è ritratta nel medaglione che si trova sopra una delle statue della cappella che potete vedere nelle immagini. Si tratta del cosiddetto Zelo Religioso. La personificazione dello zelo religioso è resa in maniera spettacolare dalla figura di un uomo anziano che schiaccia col piede dei libri eretici dai quelli escono dei serpenti e da un angioletto che è in procinto di bruciarli.

La cappella potrebbe dunque essere effettivamente legata alla storia di quest’omicidio, di certo è dedicata alla pietà. Quella pietà che salvò forse il leggendario condannato a morte; la stessa pietà che salvò Giovan Francesco da un brutto male; quella stessa pietà che salvò probabilmente l’anima di Fabrizio Carafa dagli inferi.

Gli uomini che hanno fatto grande la Cappella

Raimondo De Sangro

Gli uomini che hanno fatto grande la Cappella Sansevero sono tanti ma tutto ha avuto inizio con uno in particolare: Raimondo De Sangro.

Raimondo De Sangro fu settimo principe di Sansevero e visse nel XVIII secolo.  Ereditò il titolo direttamente da suo nonno, suo padre fu estromesso, e fin da quando era solo un adolescente diede prova di grandi capacità. Raimondo è stato descritto come un mago, uno che ha venduto la sua anima al diavolo ma chi era davvero? Era uno degli illuminati del suo tempo. Una specie di Leonardo Da Vinci del ‘700.

Uomo di una cultura a 360° ha dedicato la sua vita al sapere. Inventore, alchimista, scrittore, militare e chi più ne ha più ne metta, Raimondo De Sangro era un uomo eclettico i cui progetti, proprio come nel caso di Leonardo, non sempre andavano a buon fine.

Si occupò di addestramento militare, partecipò alla battaglia di Velletri, realizzò nella sua casa una tipografia, inventò dei colori ad acqua, si occupò dei papiri di Ercolano e fu gran maestro della massoneria. Insomma è praticamente impossibile fare una sintesi della sua attività senza occupare pagine e pagine.

Il popolo, spesso analfabeta, vedeva il settimo principe di Sansevero come un mago e, ahimé, questa etichetta gli è rimasta per molto tempo, troppo. In realtà quello che lui realizzava era frutto di ingegno e conoscenza, non di magia, il che lo rende ancor più spettacolare.

Se volessimo riportare la storia di quest’uomo nel dettaglio non basterebbe un articolo perciò vi rinvio al capitolo del mio libro “I Signori di Napoli” dedicato a lui per approfondire.

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Gli artisti della Cappella Sansevero

Uno dei meriti di Raimondo De Sangro è stato sicuramente quello di progettare il restyling della Cappella di famiglia ma anche quello di riuscire a individuare degli artisti validi per l’impresa.

La Cappella, infatti, non costituisce un semplice insieme di statue realizzate singolarmente e a prescindere le une dalle altre ma è frutto di un progetto elaborato in cui ogni singolo dettaglio è lì per un motivo ben preciso.

Il primo artista che collaborò con De Sangro e progettò quasi tutto fu il veneto Antonio Corradini, autore anche della famosissima Pudicizia. In Cappella si va per il Cristo Velato molto spesso ma poi una volta dentro ci si innamora di almeno 4 opere che spiccano su tutte le altre: il Cristo Velato, la Pudicizia, il Disinganno e il Cecco.

La cosa più spettacolare è che si tratta quattro capolavori realizzati quattro artisti diversi. La Pudicizia, come dicevamo, è del Corradini, il Cristo Velato è di Sanmartino, Il disinganno del Quierolo e il Cecco di Celebrano. Celebrano e Sanmartino erano anche noti per essere esperti nella realizzazione di pastori per i presepi. Alcuni dei loro pastori sono conservati nella sezione presepiale della Certosa di San Martino.

Se Sanmartino e Celebrano erano considerati gli dei dei pastori, Corradini era noto come il signore dei veli. A loro si affianca anche Francesco Russo, l’artista che nel 1749 realizzò sulla volta della Cappella “la gloria del paradiso” con un effetto tridimensionale spettacolare.

Le sculture

Non possiamo descrivere qui tutte le sculture della Cappella Sansevero che sono tante e tutte ricche di dettagli, ecco perché mi limiterò a parlarvi delle quattro alle quali ho accennato prima.

Cecco De Sangro

Cecco De Sangro è un avo di Raimondo. La Cappella ha diversi livelli di lettura, quello più evidente e semplice è proprio quello celebrativo. La scultura che lo rappresenta si trova in controfacciata, proprio sopra la porta d’ingresso.

I personaggi rappresentati nella Cappella sono quasi tutti avi del nostro principe che vengono qui ricordati per le loro imprese. Cecco aveva combattuto per Filippo II ad Amiens ed era diventato famoso per essersi nascosto per due giorni in una cassa per le munizioni per aiutare i suoi a conquistare la città.

Cecco viene, infatti, rappresentato nell’atto di uscire da una cassa. Eppure questa scultura ha dato vita, col passare del tempo e considerando come la gente vedeva Raimondo, alla nascita di una leggenda di cui ci parla Benedetto Croce:

Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e ben adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la famiglia che egli aveva procurato di tenere all’oscuro di tutto, cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato.

La Pudicizia

Questa scultura, opera di Corradini, si trova a sinistra dell’altare. Rappresenta la madre di Raimondo, Cecilia Caetani.

Nella cappella le donne della famiglia vengono sempre rappresentate con la personificazione di una virtù sopra la quale è il o i ritratti. La virtù scelta Per la madre di Raimondo è la pudicizia. Siete, infatti, di fronte a una donna nuda ma completamente velata e quindi pudica.

Il ritratto della madre di Raimondo spicca sulla statua in un tondo. La donna morì giovane, quando il figlio aveva solo 9 mesi. Il principe per raccontarvi la sua storia che fa? Fa realizzare un’epigrafe, alla quale la donna è appoggiata, con su scritta la sua storia. L’epigrafe viene però rotta di proposito per simboleggiare una vita breve, una storia interrotta in maniera violenta prima ancora di cominciare davvero.

Le rose, che sono simbolo di giovinezza, si spaccano proprio come la lastra di pietra. Il velo sul volto della donna la fa percepire lontana, come pure il racconto del rilievo sulla base. C’è la Maddalena che ha appena visto Gesù risorto, verrebbe abbracciarlo ma lui le fa capire che non si può perché non è più fatto di carne: Noli me tangere. Neanche Raimondo può più, pur volendo, abbracciare sua madre e quindi si sente come la Maddalena.

Il Disinganno

L’opera fu realizzata dal Quierolo ed è forse una delle più spettacolari per la rete. La statua rappresenta il padre di Raimondo, quello che, come abbiamo accennato, non divenne mai principe, e si trova sulla destra dell’altare.

L’uomo alla morte di sua moglie si diede a una vita molto sregolata e ritrovò la pace solo quando si ritirò in monastero. La statua è realizzata in modo da raccontarci questa storia, da permetterci di capire.

Siamo di fronte a un uomo intrappolato in una rete, simbolo dell’inganno dei sensi. Quest’uomo sul quale campeggia il ritratto del padre di Raimondo con tanto di tonsura, è rappresentato nell’atto di liberarsi dalla rete, dall’inganno dunque. Ad aiutarlo c’è un angelo, che simboleggia la religione, la vocazione.

La rete è spettacolare, ha una consistenza simile a quella di una vera rete, non è rigida come ci si aspetterebbe da un’opera in marmo. Si racconta che gli aiutanti del Quierolo non vollero toccarla neanche per assistere il maestro temendo di far danno.

Sulla base della statua è rappresentato un rilievo con Cristo che restituisce la vista al cieco. Sulla base vi è quindi un uomo che recupera la vista in senso reale mentre la scultura rappresenta un uomo che recupera la vista in senso simbolico.

Il Cristo Velato

Opera di Giuseppe Sanmartino, realizzata nel 1753 ed elogiata anche da Antonio Canova che ebbe modo di vederla durante uno dei suoi viaggi a Napoli.

Si tratta di un Cristo Deposto con la sacra sindone ricavato da un unico blocco di marmo. Il problema chiave è …come ha fatto lo scultore a realizzare il velo? La leggenda dice che sia stato Raimondo a pietrificare un vero velo deposto sulla statua ma cosa è accaduto davvero?

Sanmartino “semplicemente” imbroglia lo spettatore che immagina di vedere due livelli, quello del corpo e quello del velo ma in realtà è solo tratto in inganno. Se vi proponessi una parola con qualche lettera in meno voi sareste sempre in grado di ricostruire la parola completa. Ecco cosa accade col Cristo. Sanmartino realizza solo le pieghe del velo e inganna il vostro occhio che ricostruisce l’intero velo.

È tutto un giorno di pieghe insomma. Pieghe che cambiano a seconda del lato in cui guardate il Cristo e che quindi vi regalano degli scorci spettacolari e diversi tra loro. Il Cristo doveva a essere collocato nella crypta ma siccome il progetto della cappella non fu mai completato rimase dov’è oggi.

Le statue che compongono la Cappella sono tantissime, così come i Personaggi ritratti e le loro storie. Per approfondire l’argomento dovete assolutamente visitare la Cappella Sansevero con una guida.

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La cripta

Non possiamo non fare almeno un accenno alla famosa crypta. Si tratta di una stanza circolare sotterranea dove doveva essere collocato il Cristo Velato e che invece ospita le famosissime Macchine Anatomiche.

Per raggiungere la crypta si passa davanti alla spettacolare e unica tomba di Raimondo e una volta arrivati giù ci si trova di fronte a due esseri spettacolari. Un uomo e una donna con tanto di scheletro e sistema circolatorio.

Le due opere furono realizzate con l’aiuto di un medico e sono realizzate con ossa e vere, cera e fil di ferro. Eppure anche in questo caso c’è una leggenda. Il popolo era solito raccontare che Raimondo aveva realizzato una pozione che aveva poi propinato a due dei suoi servi pietrificando loro vene e arterie. L’ennesima leggenda nata attorno alla figura di un uomo che molti suoi contemporanei non riuscirono a capire ma che era una scienziato, un colto e non un mago.

Per la foto del Cristo Velato in copertina: Cristo velato (Giuseppe Sanmartino, 1753), Foto di Marco Ghidelli, © Archivio Museo Cappella Sansevero

Cappella Sansevero - La pudicizia
Pudicizia (Antonio Corradini, 1752) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero
Il disinganno
Disinganno (Francesco Queirolo, 1753-54) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

 

Zelo della religione
Zelo della religione (Fortunato Onelli, Francesco Celebrano et al., 1767) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero
Cappella Sansevero - Cecco De Sangro
Monumento a Cecco di Sangro (Francesco Celebrano, 1776) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

 

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Cappella Sansevero. Un gioiello nel cuore di Napoli
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Cappella Sansevero. Un gioiello nel cuore di Napoli
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Cappella Sansevero, con il Cristo velato, è ormai uno dei luoghi più noti di Napoli. Eppure un tempo non era così. Scopriamo insieme la sua storia.
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