Da Napoli al Salento. Un viaggio nella storia.

Da Napoli al Salento

Da Napoli al Salento. La terra di Otranto.

Cosa collega Napoli al Salento esattamente? Come si va da Napoli al Salento? Beh, tanto per cominciare Napoli e il Salento hanno fatto parte per secoli del Regno di Napoli, il che non è poco. Questa appartenenza allo stesso regno genera già di per sé un legame indissolubile. Eppure siamo di fronte a due luoghi molto diversi.

Oggi il Salento è associato in primis a Lecce, ma un tempo, quanto era parte del regno di Napoli, questa zona era nota come Terra di Otranto perché la città principale, almeno fino alla fine del ‘400 era Otranto. Sarà quest’ultima, dopo un attacco dei turchi, a passare il testimone a Lupiae, Lecce.

Otranto, Lecce e Nardò, tre città del Salento, hanno però ben altro in comune con la capitale del regno. Ma andiamo per gradi, o meglio, in ordine temporale, e cominciamo da Otranto.

I martiri di Otranto.

Prima tappa del nostro viaggio da Napoli al Salento è Otranto. Vi siete mai chiesti come si chiamano gli abitanti della famosa città di “O” di Otranto? Ebbene si chiamano idruntini, questo perché anticamente i romani fondarono qui il municipium di Hydruntum. La storia di Otranto è la storia di una città di confine, una città al limite tra Oriente e Occidente, la storia di una città aperta.

La storia di questa città però venne sconvolta nel 1480, per la precisione il 28 luglio di quell’anno. Da tempo ormai le città della costa dovevano fare i conti con gli attacchi dei turchi e i sovrani aragonesi avevano provveduto a più riprese a fortificare le coste ma fu tutto inutile. Quel disastroso giorno di luglio sulle coste di Otranto arrivò la flotta di Maometto II. La città, protetta da mercenari, che non avevano nessun interesse a farsi massacrare, fu abbandonata in balia del sultano e delle sue ingenti forze.

Gli abitanti di Otranto, tutti contadini, pescatori ma non di certo soldati, si armarono come poterono e tennero testa per 15 giorni ai turchi. Purtroppo, per quanto encomiabile, la loro resistenza fu praticamente inutile. I turchi riuscirono ad entrare in città e fare una strage. Trasformarono perfino la cattedrale, quella col famoso mosaico, in una stalla. 800 uomini furono presi e obbligati a scegliere: farsi musulmani o morire. Tutti scelsero la morte.

Questi 800 passarono alla storia come i martiri di Otranto. Ma che legame c’è con Napoli? L’anno seguente Alfonso d’Aragona, all’epoca non ancora re, su ordine di suo padre Ferrante, riuscì a riprendere la città e decise di iniziare un culto in onore degli 800 martiri idruntini. Se andate alla cattedrale di Otranto troverete 600 teschi, ne mancano 200. In realtà i duecento mancanti sono a Napoli, dove li portò Alfonso, presso la chiesa di Santa Caterina a Formiello, nei pressi della stazione.

I ribelli di Nardò

Passiamo ora a Nardò. Una piccola città che è un vero e proprio set cinematografico naturale. Una trionfo del barocco salentino con i suoi edifici in pietra leccese è un vero e proprio piccolo gioiello. La piazza principale è bellissima. Ovunque troverete il simbolo della città, un toro che con la zampa scava e fa emergere dal terreno una fonte d’acqua.

Come si collega Nardò a Napoli? Nel 1647 a Napoli ebbe luogo la famosissima rivolta di Masaniello. Tommaso Aniello, pescivendolo napoletano, nato nei pressi di piazza del Carmine e “re” di Napoli per ben dieci giorni. Ebbene circa dieci giorni durò anche la rivolta di Nardò.

Voi penserete che sono pazza a collegare la rivolta di Masaniello con Nardò ma in realtà non è così. Gli echi della rivolta giunsero, infatti, anche in terra d’Otranto anche se in maniera un pò particolare. Avete presente il gioco del telegrafo senza fili? Anche a Nardò la notizia della rivolta arrivò per passaparola. Da “I napoletani, guidati da Masaniello, si sono ribellati e hanno deciso di non pagare più le tasse al viceré” a Nardò arrivò la seguente notizia “guagliù a Napoli hanno detto che non si pagano più le tasse”.

È il 17 luglio del 1647 quando dei contadini decidono di prendere di petto il sindaco della città e dirgli chiaramente che non vogliono pagare le tasse. Proprio come a Napoli ci sono dei capi popolo che gestiscono il tutto e proprio come a Napoli, dopo un primo momento di gioia per i successi riportati, la rivolta fu repressa con la violenza.

Per saperne di più

I Pappacoda a Lecce

Da Napoli al Salento passando per Capaccio, ecco come si evolve la storia di Luigi Pappacoda, storico vescovo di Lecce e noto patrizio napoletano. Luigi era membro di una delle più famose famiglie napoletane iscritte nel Sedile del Porto. Fu prima vescovo di Capaccio e poi vescovo, e potremmo dire signore, di Lecce.

Se Luigi Pappacoda ha cambiato il volto di Lecce costruendo la famosissima cattedrale cittadina, la famiglia Pappacoda ha messo il suo marchio su un piccolo angolo della città di Napoli. Di fronte a Palazzo Giusso, presso largo San Giovanni maggiore, si trova, infatti, la cappella Pappacoda. Una cappella costruita nel 1415 e rimaneggiata nel ‘700.

Come dicevamo Luigi era un membro di questa nota famiglia napoletana e nel maggio del 1639 divenne vescovo di Lecce, dove rimase fino alla sua morte, avvenuta nel 1670. Tret’anni di regno insomma. Forse crederete che io esageri parlando di regno ma quello che Luigi Pappacoda creò a Lecce fu un vero e proprio regno. Il nostro Luigi fu un precursore dei moderni esperti di marketing e seppe lasciare la propria impronta sulla città salentina in maniera indelebile.

Ancora oggi sulla cattedrale campeggiano i suoi simboli. Non riusciremo ad approfondire qui la sua storia ma qualcosa va sottolineato. Se arrivate a Lecce, nella piazza del Duomo, vedrete una stupenda facciata barocca, che però non è la facciata principale dell’edificio. Giusto per farvi capire che tipo di persona era Luigi Pappacoda vi racconto questa storia. Il vescovo, per scalzare la santa locale, Santa Irene, e tutti i suoi sostenitori, inventò un altro santo: Oronzo.

Oronzo fu letteralmente creato a tavolino ma non essendo un personaggio storico rintracciabile, quanto col concilio di Trento si proibì di mettere sulle facciate delle cattedrali e delle chiese dei santi non riconosciuti, Luigi Pappacoda pensò bene di fare una cosa. Dichiarò che delle due facciate quella meno visibile a destra era la principale e lì mise la madonna, rispettando quindi i canoni tridentini.

Poi dichiaro che la facciata meglio visibile era quella secondaria e vi piazzò sopra la statua di Sant’Oronzo, il cui viso peraltro gli somiglia molto; decise di far cadere la festa del santo tra il 24 e il 26 agosto (e guarda caso il 25 agosto era anche la festa di San Luigi dei Francesi, il suo santo) e poi fece rappresentare il suo stemma… un leone che si mangia la coda, Pappacoda.

Per scoprire i segreti e le leggende di Napoli

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Da Napoli al Salento. Un viaggio nella storia
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Da Napoli al Salento. Un viaggio nella storia
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Da Napoli al Salento. Un viaggio nella storia che lega la capitale del Regno di Napoli a una delle regioni più belle della Puglia: la terra di Otranto.
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